
A distanza di qualche anno, torna, con un secondo volume, la rilettura che Giacomo Bevilacqua fa della fiaba di Peter Pan. Lavennder 2 è tutto questo, e anche qualcosa di più.

Giacomo Bevilacqua è uno di quegli autori che si sa muovere tra generi differenti, scomodando quasi il termine globalizzato. Nella migliore delle accezioni, si capisce. Sia graficamente che nella narrativa, si possono percepire echi di dozzine di letture a tema supereroistico come, una forte passione per i manga degli anni ’80. Il tutto riesce a convogliare in un’attitudine tipicamente minimalista e molto assimilabile al songwriting indie.
Giacomo riesce a passare da racconti a toni epici a piccole considerazioni da salotto che, apparentemente sono circoscritte a poche considerazioni. Ma che, invece, spingono su tematiche molto più universali.

È il caso di Lavennder, e soprattutto di questo secondo volume dove, alcuni elementi vengono approfonditi e, soprattutto l’isola diventa metafore di una condizione sociale molto più ampia e che occupa più livelli di lettura.
Ci arrivo.
Negli anni, Bevilacqua ha specificato che la maggior parte dei racconti che scrive condividono lo stesso universo, in alcuni casi i personaggi (Il Cacciatore – un cazzutissimo omaggio alla poetica di One Piece)e che tutto ruota attorno ad Attica. Da cui è stata tratta una miniserie in formato manga proprio da Sergio Bonelli Editore.
Molti degli elementi che compongono questo Lavennder sono riconducibili ad Attica, al punto da rendere necessarie note di continuity. Che non se ne vedevano dagli albi Star Comics degli anni ’90. Per dire.

Il resto è una rielaborazione in chiave Matrix del concetto dell’Isola che non c’è. In questa storia Trix vive sulla terra e attraverso una polverina che ha nei capelli, può arrivare in questo posto dove il tempo funziona in modo differente. Per sopravvivere Trix vende la sua polvere a ricchi annoiati fino a quando una coppia, i protagonisti del primo volume, non restano imprigionati nell’isola.
Spetta proprio a Trix ed al Cacciatore il dovere di andarli a recuperare affrontando una versione distorta dei bimbi perduti, dell’isola, di Peter Pan.
E perfino di Wendy.
In questa storia Peter è il pazzo sovrano dell’isola che rapisce le donne dalla terra con lo scopo di renderle mamme perfette per i bimbi perduti. E uccidendole se non riescono ad entrare nel ruolo.
E se non avete notato il trucco, ve lo mostro più lentamente. L’isola è la perfetta metafora della società, che vuole le donne incasellate in un ruolo predefinito. Forse plurimo, ma privo di ogni libertà – sarà proprio la Wendy di questo racconto a modificare le regole del gioco in modo perenne.
La lettura metaforica di questo tipo di storie è molto interessante. Anche quando il messaggio si fa chiarissimo, viene sempre il dubbio che funzioni solo con chi quel messaggio lo condivide già.

Ma Giacomo è un bravo comunicatore e sa bene su che livelli veicolare la metafora che, quasi non appesantisce il flusso del racconto e, soprattutto fornisce spunti interessanti.
Graficamente, la prima cosa che va considerata è il colore. Il color script è carico di tinte estive, mai sature né violente.
Il character design di Giacomo è assimilabile al linguaggio della graphic novel contemporanea con una leggera deriva a chiave manga. Alcuni aspetti della storia potrebbero benissimo essere estratti dall’arsenale narrativo di Akira Toryiama, ma la contaminazione amplifica la sensorialità di queste pagine.
Si tratta di un volume interessante, carino, nel modo più affettuoso possibile. Pieno di riferimenti e di piccoli tesori narrativi.
Sempre più interessante come la Bonelli stia riuscendo a diversificare le sue proposte di questi tempi.
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