
Dopo le escursioni artiche del numero precedente, Dylan Dog torna a vivere il mistero nella sua amata Londra e, nel caso specifico sprofonda nei sinuosi misteri della musica classica.

Sveva Simeone ed il sempre più presente Claudio Lanzoni sviluppano una trama che ha profondi echi legati al cinema horror italiano anni ’70. In più riprese all’interno della trama ci si ritrova a paragonarla ad un vecchio film di Dario Argento. E la percezione viene rafforzata dal fatto il registro della storia è quello del più classicheggiante dei romanzi gotici.
Si, si sente il clangore delle catene, e a volte sembra perfino di percepire un abbassamento della temperatura. Ma alla fine la dominante razionale della storia fornisce una spiegazione plausibile dove, solo al limite, emerge la possibilità di una componente sovrannaturale.
Del resto, il nostro indagatore dell’incubo ci ha spiegato più volte che i veri mostri siamo noi, per cui, nulla di cui veramente meravigliarsi.

Il nostro viene chiama ad indagare su una sinfonia che sembra sia maledetta. Tutti i direttori di orchestra che vi ci sono cimentati, hanno perso la ragione, e spesso non solo quella. A coinvolgere Dylan è Emily la piacente (come se non si sapesse che alla fine i due inevitabilmente finiranno a letto) figlia dell’ultimo direttore di orchestra che, proprio dopo l’esecuzione di questa sinfonia, si ritrova in uno stato confusionale e in preda a visioni di vario genere.
Dylan si districa un po’ a fatica in un ambiente così formale e pur di ottenere informazioni è costretto al vecchio espediente del tesserino di polizia scaduto.

Dal punto di vista del ritmo, la storia si presenta con sequenze semioniriche, quelle dove si dipana meglio il potere della sinfonia, completamente mute se non per lo spartito lasciato aleggiare, che sottintenda la musica a incalzare. Come contraltare compaiono le sequenze più investigative che forse si presentano eccessivamente verbose, con un tentativo di omaggiare un certo tipo di cinema.
C’è forse una aringa rossa di troppo, ma la trama viene chiusa sapientemente.

Dal punto di vista grafico le tavole di Franco Saudelli per Dylan Dog 462 presentano un tratto forse un po’ troppo caricaturale che non sempre risulta efficace, ma che d’altra parte riesce a interpretare bene la pazzia di chi è pervaso dalla sinfonia stregata. La regia è forse un po’ bidimensionale, ma genericamente completa il testo in modo elegante, mantenendo una coerenza visiva che accompagna il lettore attraverso le sequenze narrative. La scelta stilistica di Saudelli, benché porti ad un Dylan meno riconoscibile del solito, aggiunge un elemento di unicità al fumetto. Le espressioni esagerate e i dettagli grotteschi delle tavole si allineano perfettamente con il tono surreale e inquietante della storia, rendendo l’esperienza di lettura ancora più immersiva.
La storia rimane un grande omaggio al cinema anni ’70, e come tale deve essere goduta.
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